«Griseldaonline», vol. 26 (2027) – CfP: «Prigioni»
Percorrendo la tradizione letteraria italiana, si osserva come quello della prigionia non costituisca semplicemente un tema narrativo o poetico più o meno frequentato ‘per prova’ dagli autori, ma si imponga soprattutto come risorsa metaforica centrale dell’immaginario letterario, passibile di assumere molteplici significati. Intesa insieme come spazio fisico e dispositivo simbolico, la prigione non è soltanto un luogo prodotto da un’istituzione preposta all’isolamento e al controllo, ma, in senso più ampio, una condizione esistenziale di costrizione e separazione, strettamente connessa alla ridefinizione dell’identità individuale.
Ciò appare ancor più significativo se si considera che, prima ancora di essere per molti autori una contingenza biografica effettivamente sperimentata, l’esperienza della prigionia agisce come metafora per descrivere una propria condizione interiore. Proprio alla luce di questa funzione simbolica, la reclusione è stata rappresentata tanto in chiave finzionale quanto in forma testimoniale, con risvolti morali, politici ed esistenziali profondamente influenzati dall’immaginario letterario. Anche il racconto dell’esperienza della prigionia reale si innesta dunque su una rappresentazione immaginaria già consolidata, contribuendo a ridefinirla e ad arricchirla di ulteriori significati.
Dalle prigioni comunali e signorili evocate nella letteratura medievale, alle esperienze di segregazione e controllo che coinvolgono figure come Burchiello, Machiavelli e Tasso; dalla stagione risorgimentale di Pellico alle molteplici scritture novecentesche segnate dalla detenzione, fino alle voci iper-contemporanee – non solo nella narrativa, ma anche nella serialità televisiva (si pensi a Romanzo criminale o Mare fuori) – il carcere si configura come crocevia delle tensioni tra individuo e potere, tra libertà e controllo, tra devianza e norma. A ciò si aggiunge un necessario allargamento dello sguardo: la prigione in senso stretto dialoga da sempre con altre forme di reclusione e segregazione – esilio, confino, Lager, manicomio – che, pur nella loro specificità storica, condividono analoghe dinamiche di esclusione, disciplinamento e sorveglianza.
Gli studi degli ultimi decenni hanno messo in luce la complessità e la stratificazione del rapporto tra letteratura e carcere. Sulla questione, si vedano almeno A.M. Babbi, T. Zanon (a cura di), Le loro prigioni. Scritture dal carcere (Verona, Fiorini, 2007); e G. Traina, N. Zago (a cura di), Carceri vere e d’invenzione dal tardo Cinquecento al Novecento (Acireale-Roma, Bonanno, 2009), che hanno indagato la pluralità delle scritture nate dentro o attorno alla reclusione. Il carcere emerge così non solo come istituzione di segregazione, ma come dispositivo di produzione letteraria: se la prigione è spazio di separazione, la scrittura in carcere diviene occasione di confronto, ascolto e dialogo, in assenza o in presenza, con il mondo esterno e con quello interiore. Negli ultimi anni, poi, la riflessione sul tema si è arricchita grazie al dialogo tra ricerca accademica ed esperienze laboratoriali di lettura e scrittura in ambito penitenziario e – parallelamente – si è aperto un campo d’indagine sulla rappresentazione letteraria della scuola in carcere, intesa come spazio simbolico e politico di rielaborazione dell’esperienza e di riscrittura biografica.
Raccontare il carcere significa confrontarsi anzitutto con un problema di linguaggio: descrivere la prigionia implica l’individuazione di immagini e strumenti espressivi adeguati a restituire un luogo che, per la sua natura separata e regolata, sfugge alla piena comprensione di chi non lo vive in prima persona. Ciò comporta l’acquisizione di una vera e propria ‘grammatica’ della reclusione, fatta di lessico, retorica e codici specifici. In questa prospettiva, la prigione non è soltanto oggetto di rappresentazione, ma banco di prova per la letteratura stessa.
Nell’annata di «Griseldaonline», dunque, ci si propone di esplorare le prigioni nella letteratura italiana dal Medioevo alla contemporaneità, accogliendo contributi che indaghino la reclusione come esperienza storica, categoria simbolica e dispositivo critico. Pensiamo in particolare a studi che si soffermino tanto sulle scritture nate in condizione di detenzione o internamento, quanto sulle rappresentazioni del carcere come spazio di trasformazione identitaria.
Particolare attenzione potrà essere rivolta a indagare il rapporto tra lessico della reclusione e costruzione narrativa, lirica o drammatica; interrogare le pratiche educative e didattiche legate alla lettura e alla scrittura in ambito penitenziario; studiare le intersezioni tra carcere ‘reale’ e carcere ‘d’invenzione’; esaminare le traduzioni intersemiotiche del tema carcerario i diversi sistemi di segni: performativo, audiovisivo, sonoro, fotografico, visivo, fumettistico, digitale.
Questi gli ambiti di interesse in relazione ai quali si invitano gli studiosi a inviare le loro proposte:
- letteratura italiana;
- teoria letteraria e letterature comparate;
- discipline delle arti e dello spettacolo;
- cinema, fotografia e televisione;
- lingua e letteratura latina;
- filologia classica.
Queste le scadenze per proporre gli articoli:
> vol. 26 n. 1, in uscita ad agosto 2027 | entro il 1° aprile 2027;
> vol. 26 n. 2, in uscita a dicembre 2027 | entro il 1° settembre 2027.
